Gli esperti la chiamano multifunzionalità e nessuno sa bene che effetto faccia al nostro cervello. Un’amica di Fabrizio, Francesca Tosarini, anche lei di vent’anni, studia psicologia al San Raffaele e inizia ad avere dei dubbi. Vede compagni che aggiungono al loro menu di attività simultanee anche YouTube, blog, videogiochi e servizi di chat o instant messaging come Skype o altri. Studiare su un libro, per chi è abituato così, può diventare delicato. «Io personalmente mi trovo bene – dice Francesca -. Ma per molti avere tante possibilità distrae dal perseguirne bene una sola: chi si abitua ad avere un’attenzione ampia, poi fatica ad averne una selettiva».
Secondo uno studio di Microsoft, nove ragazzi europei su dieci, fra i 16 e i 24 anni, tendono a guardare la tivù e navigare su Internet allo stesso tempo. Fra i più maturi succede molto meno, ma Fabrizio e Francesca hanno un messaggio anche per chi ha superato da un pezzo l’età degli studi. Siamo tutti convinti di poter gestire i mille spifferi di comunicazione che puntano su di noi, anzi spesso ne siamo divertiti e vi troviamo un sollievo dalla routine. Tutti però sospettiamo che quello stesso bombardamento inizi a sfibrare la mente di chi vive intorno a noi. Il romanziere Jonathan Franzen, almeno lui, non si è sopravvalutato: per scrivere «Freedom», il suo ultimo romanzo, ha riempito di colla l’accesso del cavo Internet del suo laptop.
Che sia per motivi sociali, affettivi o di lavoro, molti di noi invece non possono permettersi scelte così radicali, benché recenti ricerche indichino che la multifunzionalità cambia il modo in cui pensiamo. Le tecnologie evolvono probabilmente più in fretta di quanto i nostri cervelli riescano ad adattarsi. Mica saremo attratti da fasci di informazione che superano le nostre risorse mentali? Uno dei primi atti d’accusa è arrivato nel 2008 con un saggio di Nicholas Carr in The Atlantic (dal titolo «Google ci rende stupidi?»). Di recente però anche alcune ricerche sperimentali confermano i sospetti. A Stanford per esempio c’è un laboratorio dedicato alla comunicazione «fra gli umani e i media interattivi», che ha condotto un test su cento studenti divisi in due gruppi: i multifunzionali e i non-multifunzionali.
Nel primo esperimento, ai due gruppi sono stati mostrati per due istanti consecutivi due rettangoli rossi circondati da due, quattro o sei rettangoli blu. A tutti è stato chiesto di ignorare le figure blu e indicare se le figure rosse avessero cambiato posizione. I non-multifunzionali hanno risposto correttamente, i multifunzionali sono naufragati. Non riuscivano a disinteressarsi di ciò che sapevano essere irrilevante. Il problema è che in test successivi si sono dimostrati meno bravi anche in attività alle quali in teoria uno smartphone dovrebbe addestrare: ricordare sequenze di lettere, o far passare l’attenzione da una cosa all’altra. Quando ai multifunzionali sono stati mostrate insieme cifre e lettere, non sono riusciti a ricordare se avessero visto vocali o consonanti, numeri pari o dispari (i non-multifunzionali invece sì). I neurologi francesi Sylvain Charron e Etienne Koechlin hanno rilevato con la risonanza magnetica che chi svolge due attività simultanee le distribuisce nei due lobi della corteccia frontale. Ma dalla terza in poi la performance crolla, perché lo spazio cerebrale sembra esaurito. E uno studio dell’Università della California, a San Francisco, mostra come l’uso eccessivo degli smartphone privi la mente delle micro-fasi di riposo necessarie alla memoria e alla creatività.